Risposta alla risposta, ovvero: dalla monocratica all'arbitrato l'ispettore è bello che neutralizzato !!!

Roma -

La risposta del Ministero alla nostra comunicazione-diffida in materia di arbitrato, segnatamente in materia di assegnazioni di incarichi arbitrali agli ispettori del lavoro, è al contempo scontata, debole e pericolosa. Scontata nelle abbondanti e dettagliate spiegazioni tecniche riguardo, ad esempio, la differenza tra le commissioni di conciliazione e gli arbitrati ex art. 7 L.300/70: spiegazioni francamente superflue; debole nell’ “aggrapparsi” per esempio al fatto che la norma contenuta nello Statuto dei lavoratori non prevede alcuna limitazione o esclusione; pericolosa e in un certo senso illuminante nel giustificare l’assegnazione agli ispettori degli incarichi arbitrali da parte del Direttore dell’Ufficio con l’argomento dell’affidamento da parte del legislatore agli stessi ispettori della conciliazione monocratica ex D.Lgs. 124/2004.

 

Due infatti sono le cose: o il Ministero, in persona del Dr. Pianese, fa l’indiano o - cosa assolutamente improbabile - ignora la differenza tra la remunerazione stipendiale dei compiti d’istituto e il compenso fuori busta - paga liquidato al funzionario, in forma privatistica, dai datori di lavoro o da chi li rappresenta, e soprattutto, ignora l’effetto negativo che alla lunga tale compenso extra potrebbe provocare nel determinare all’esterno una pericolosa e motivata percezione di affievolimento dell’imparzialità e dunque dell’efficacia dell’attività di controllo, se il funzionario per l’appunto è un ispettore, al di là della concretezza di ogni singola situazione.

In realtà l’incompatibilità derivante dalla “concreta” remunerazione effettuata dalla parte soggetta a controlli, cioè dalle aziende, all’eventuale possibile controllore è talmente evidente che ogni argomentazione per confutarla finisce con l’apparire come una vera e propria arrampicata sugli specchi.

 

Incompatibilità e conflitto d’interesse passano però in seconda linea di fronte all’urgenza che hanno il Ministero e gli Uffici territoriali di non farsi scappare gli ispettori la cui retribuzione netta mensile si aggira intorno a 1400 euro (assai meno degli ispettori Inps) e che, però, loro malgrado, si trovano stretti dentro la tenaglia rappresentata da una duplice esigenza dell’Amministrazione: quella di macinare i numeri per il raggiungimento degli obiettivi da parte dei dirigenti e per incrementare i dati statistici finalizzati ai comunicati stampa e alle altre forme di propaganda, verso cui il costante monitoraggio dell’andamento della vigilanza è di fatto indirizzato, e al contempo quella di non penalizzare le aziende puntando sulla prevenzione, promozione e informazione anziché sui controlli e sul sistema sanzionatorio (vedi le indicazioni per l’incremento delle conciliazioni monocratiche preventive).

 

Di conseguenza, per risolvere questa contraddizione abbastanza esplosiva e far quadrare il cerchio, gli ispettori devono spesso comportarsi come soldatini che, specialmente riguardo la vigilanza su iniziativa, eseguono gli ordini senza discutere. Alla quadratura del cerchio ci ha pensato in modo organico la D.G. per l’Attività Ispettiva con le “innovazioni” introdotte nel documento di programmazione dell’attività di vigilanza per l’anno 2009, con le quali si vuole raggiungere l’obiettivo di “limitare gli ostacoli al sistema produttivo e generare il massimo rendimento in termini di tutela del lavoro” (delle due l’una ma è la prima quella che a lorsignori interessa!) e che così possiamo sintetizzare:

 

  1. Fermo restando il valore di legge “divina” dato alla Direttiva Sacconi, l’azione ispettiva non è più concentrata solo sulla base di indicazioni centralistiche ma viene lasciato un grande spazio a quelle provenienti dai territori, come se non si sapesse che DRL e DPL sono, per forza di cose, non solo interessate al raggiungimento degli obiettivi per l’assegnazione dei soldi del FUA ma anche molto ma molto condizionate da questo aspetto nella “individuazione di fenomeni sensibili nei confronti dei quali indirizzare gli interventi ispettivi…” Nel documento della D.G. si parla elegantemente di “conoscenza e mappatura del territorio” ma la traduzione pratica, quando ci sono di mezzo le risorse economiche per tirare avanti la baracca, diventa quella di aprire e chiudere le pratiche nel minor tempo possibile. Altro che qualità! E comunque, negli ultimi 2/3 anni, la pianificazione centralizzata delle ispezioni attraverso le congiunte con altri Enti e, in alcune zone, con la guardia forestale, aveva dato risultati discreti anche in settori difficili come quello agricolo. Sempre molto poco a fronte di 4 milioni e 300mila imprese, ma anche quel poco, evidentemente, andava soppresso.

  2. Diminuzione sensibile del numero delle aziende ispezionate che passano da 182.000 nel 2008 ad una previsione di 138.000 nel 2009, usando l’argomento della qualità e qui, lo diciamo con estrema preoccupazione, di fronte a questa evidenza, parlare di ipocrisia diventa un eufemismo!

  3. Programmazione di accessi ispettivi “brevi” ed incentrati esclusivamente al contrasto del lavoro nero.

  4. Per le tipologie contrattuali atipiche si ribadisce la necessità di concentrare gli accessi ispettivi esclusivamente nel caso in cui i contratti non siano stati oggetto di certificazione, come per l’appunto stabilito dalla Direttiva Sacconi.

  5. Assegnazione di un punteggio per valutare l’attività effettuata negli Uffici, con - guarda caso - il punteggio massimo riservato a ciascuna conciliazione monocratica riuscita con relativo azzeramento dell’ispezione. (alleghiamo tabella A).

 

L’Amministrazione sbaglia però se ritiene che la motivazione degli ispettori dipenda dagli arrotondamenti extra e infatti negli Uffici, a fronte dell’attacco alla loro funzione istituzionale, sta comunque montando un sotterraneo ma significativo malessere.

 

Attualmente alla DPL di Roma la situazione è che, a seguito delle nostre forti critiche sulla concentrazione di più arbitrati a pagamento nelle mani di un ristretto numero di ispettori – critiche sempre accompagnate dalla considerazione sulla necessità di non distogliere gli ispettori dalla funzione propria - si assiste ad una apparente distribuzione omogenea di incarichi arbitrali da parte del Direttore. Temiamo però che si tratti solo di apparenza e che, sotto sotto, la concentrazione perduri, come perdura il “giro” di alcuni amministrativi specializzatisi empiricamente come segretari dei collegi, scelti dagli ispettori/arbitri e da essi pagati, non si sa bene “quanto” non potendo essere indicata la loro remunerazione nell’ordinanza istitutiva del collegio.

 

Insomma da qualunque parte la si osservi questa questione dei collegi arbitrali appare insidiosa sia per l’attività di vigilanza in quanto tale sia per la necessità di operare in un ambiente di lavoro consono alla delicatezza e importanza sociale della funzione ispettiva.

In conclusione, l’assenza di regolamentazione nel conferimento degli incarichi torna utile ai direttori delle DPL usi all’antico sistema del bastone e della carota ma anche al Ministero il quale si fa scudo della norma per lavarsene le mani rammentando che in materia è per l’appunto tutto demandato alla sola decisione di chi dirige gli Uffici.

Ma la trasparenza non dovrebbe essere un valore fondamentale per il buon andamento della P.A.?

Forse No quando è lo stesso Stato con i suoi apparati, con le direttive, le circolari interpretative, le note applicative, i documenti di programmazione, ad alimentare il non rispetto della legalità da parte delle imprese, anche trasformando gli ispettori in notai e in liberi professionisti, o quasi!

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