USB, la polvere sotto il tappeto

Nazionale -

La gravità della situazione, da sempre emergenziale nel mondo del lavoro, è rappresentata dall’elevato numero di infortuni spesso mortali e invalidanti, troppi e sempre determinati dalla corsa al profitto, dal peggioramento delle condizioni di lavoro, dal mancato rispetto delle norme di sicurezza e dalla precarietà diffusa.

Per arginare il problema il Governo Draghi ha decretato d’urgenza nel tentativo di mettere una toppa alla tragica sequela di morti sul lavoro.

Ma con il D.L. 146/2021 si è principiato dalla fine.

Stando ai fatti, l’INL si ritrova per gran parte del suo personale ispettivo privo delle competenze specifiche per esercitare le nuove e più estese funzioni. Primo passaggio (avvenuto con circ. 3/2021) è stato il superamento dei profili professionali senza alcun confronto sindacale e senza la preventiva ricognizione delle professionalità possedute dagli ispettori. Il quadro si completa adesso con l’emanazione della nota operativa disciplinante oggetto e limiti degli accertamenti di cui all’Allegato I del D.L. n. 146/2021.

Prima di entrare nel merito delle disposizioni applicative (presentate verbalmente in riunione e non trasmesse come bozza) intendiamo evidenziare come sarebbe stato più ragionevole, dapprima, infoltire gli organici ormai da troppo tempo ridotti all’osso, e poi dotare di competenze e delle necessarie specializzazioni gli operatori sul campo, formandoli di fronte all’ampliarsi dei poteri di vigilanza con sessioni teoriche e pratiche finalizzate al conseguimento di elevate professionalità. E invece le scelte prima legislative e adesso amministrative confermano l’irreversibilità delle nuove attribuzioni che si scontreranno con una realtà a dir poco zeppa di criticità per i ruoli ispettivi.

Non è assolutamente ammissibile l’idea di un ispettore del lavoro onnisciente, pronto a saper fare tutto in virtù di un Decreto Legge che, come ribadito, avrebbe dovuto essere l’effetto e non la causa del “cambio d’identità”.

Ma tant’è…la politica ha deciso e l’amministrazione esegue. Verificheremo come ciò impatterà sui territori, tenuto conto di piante organiche allo stremo e la presenza di dirigenti locali che non brillano certo per il possesso di preparazione ed esperienza in materia di prevenzione infortuni.

All’inizio della riunione del 6 dicembre il dott. Parisi, DC Tutela, Sicurezza e Vigilanza, ha dato atto che le preoccupazioni espresse da questa O.S. in merito alla carenza di specializzazione degli ispettori ordinari hanno provocato un ripensamento in merito alle condizioni per la regolarizzazione dei lavoratori ai fini della revoca del provvedimento di sospensione per lavoro nero.

In caso di vigilanza ordinaria, e laddove l’obbligatorietà della sorveglianza sanitaria non sia agevolmente definibile in sede di accesso, sarà sufficiente, ai fini della revoca della sospensione, la verifica dei soli obblighi in materia di formazione. Ciò non toglie (così è stato precisato) che in una fase successiva all’accesso si possano estendere gli accertamenti anche ai profili relativi alla sicurezza, con un sovraccarico di incombenze e cambio di programmazione per i colleghi tecnici, i quali, dotati di super poteri e della capacità di proseguire innumerevoli accertamenti, iniziati da altri, garantiranno la loro competenza come se fossero 2.000 al momento (e non meno di 200 come la realtà registra, purtroppo).

C’è poco da scherzare visto che la questione più spinosa, in tema di provvedimento di sospensione, è la limitazione, valida per i soli ispettori ordinari, all’accertamento della sussistenza o meno (ammesso che ci si possa limitare a questo in materia di sicurezza) dei documenti di cui punti 1, 2, 4 e 5 dell’Allegato I.

Forse qualcuno si sentirà in pace con la propria coscienza per aver risolto i problemi della sicurezza verificando la sussistenza o meno di quattro documenti (per carità importanti) sul luogo di lavoro, ma questa logica, figlia dell’oggettiva impossibilità di imporre (per decreto o circolare) competenze specialistiche non possedute dalla stragrande maggioranza degli ispettori, ci sembra a dir poco improvvisata e rischiosa, vista la rilevanza e la delicatezza degli interessi in gioco.

A ciò deve aggiungersi che chiedere l’esibizione di qualsiasi documento (L.U.L., D.V.R., P.O.S. ecc…) presuppone che si sappia valutarne il contenuto. Se ne deduce che qualora il documento riporti delle inesatte valutazioni o appronti misure carenti e/o cautele inadeguate il fatto che l’ispettore si sia limitato a verificare la sussistenza del solo incartamento non lo libera di certo da responsabilità per negligenza, imperizia o imprudenza.

Volgendo lo sguardo alle questioni aperte sui territori, quando le ampliate competenze saranno calate nella realtà degli uffici, questo famoso “cambio d’identità” dovrà fare i conti con le cognizioni ed esperienze professionali esistenti e con ispettori che si batteranno per evitare che questa operazione li mandi allo sbaraglio.

Il personale ispettivo INL dovrebbe rendersi conto che la soluzione alle criticità accumulate negli anni non può passare solamente dall’espandersi del proprio campo d’azione, quando le condizioni in cui si trova ad agire richiederebbero una radicale cambio di passo.

Non stiamo qui a ricordare in quali ristrettezze operino gli ispettori sui territori, le aggressioni da ultimo subite e la riluttanza a “concedere” da parte dei vertici almeno una parte delle loro rivendicazioni (in primis copertura assicurativa dai rischi professionali e indennità di funzione riconosciuta mensilmente, al pari dei funzionari INPS e INAIL) . Sono trascorsi ormai 5 lunghissimi anni dall’istituzione di questa Agenzia e la parità salariale, quella effettiva, è ancora un miraggio.

L’assunzione di 2.000 Ispettori del Lavoro (900 ordinari nella prossima primavera e altri 1.100 tecnici l’anno successivo) è la soluzione al problema??? Di ispettori ne occorrerebbero forse 50.000 ma occorre prima ripristinare gli strumenti legislativi affinchè operino in modo efficace, abolendo le leggi che già dagli anni ‘80 hanno depenalizzato l’apparato sanzionatorio, quelle stesse leggi che hanno fatto della precarietà la condizione essenziale per poter accedere ad un lavoro e che hanno quasi del tutto cancellato le più elementari norme di sicurezza in favore di imprese e datori di lavoro.

E’ da questi due concetti fondamentali, profitto e impunità, che deriva tutta l’involuzione, soprattutto negli ultimi 30 anni, della legislazione del lavoro a scapito delle conquiste, sia in termini salariali che di diritti, che i lavoratori avevano imposto negli anni precedenti.

L’USB rimane convinta che per invertire questa nefasta tendenza al continuo peggioramento delle condizioni di lavoro, alla mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro, alla cancellazione dei diritti e alla continua perdita di salario, serva la determinazione e l’impegno di tutti i lavoratori in una nuova stagione di mobilitazione.

Siamo dell’idea che anche gli ispettori del lavoro, così come tutto il personale amministrativo dell’INL che garantisce con il proprio lavoro i servizi ai cittadini, debbano acquisire la consapevolezza di essere colpiti da questi continui attacchi ai diritti e al salario (vedasi prossimo rinnovo CCNL Funzioni Centrali). Quel che serve al lavoro non è un’agenzia distante e sorda alla voce dei lavoratori, ma servizi ispettivi che tornino a fare il loro mestiere nel rispetto della professionalità dei propri ispettori con un contatto diretto ed efficace sui territori.

Cosa sta accadendo all’interno dei nostri ispettorati, che dovrebbero essere riconosciuti in primo luogo per la loro funzione di presidio di legalità? L’effetto più tangibile del D.L. 146/2021 è quello di limitare la programmazione dell’azione ispettiva a patronati, CIG, ispezioncine mordi e fuggi, commissioni varie, conciliazioni, istruttorie per sportello prefettura e il sempre emozionante scarto d’archivio per volere imposto dal vertice amministrativo. Con amarezza, siamo costretti ad osservare che il personale ispettivo, tenuto a verificare la puntuale osservanza delle norme a tutela dei lavoratori, deve invece “guardarsi” dal proprio datore di lavoro, dedicando nel frattempo la metà del proprio lavoro ad attività diverse dalla stretta vigilanza.

Tutti a scansare l’eventuale irrogazione di provvedimenti di sospensione (e i dati snocciolati dalla DC Tutela lo confermano) o tenersi lontano da accertamenti che potrebbero innescare l’esercizio di competenze tecniche.

Alla luce di ciò, in decine di sedi territoriali centinaia di ispettori, riuniti in assemblea, hanno esternato negli ultimi giorni forte perplessità sulle modalità applicative dei nuovi poteri di vigilanza e hanno mostrato tutta la loro insofferenza per le croniche carenze d'organico, di mezzi e di risorse economiche.

E’ semplicemente agghiacciante come si parli dell’ampliamento delle competenze e, al contempo, si continui a mettere la polvere sotto il tappeto.

Con meno di 200 ispettori tecnici in forza e un personale amministrativo molto risicato, tutte le strategie messe in campo al fine di favorire, a costo zero, un’azione di contrasto ai fenomeni illeciti sui luoghi di lavoro, diventano poco credibili in quanto ad efficacia ed efficienza.

Tutto ciò rende lo Stato debole nella lotta all’illegalità sui luoghi di lavoro ed espone gli ispettori a rischi di ogni tipo, il principale dei quali è che la responsabilità dell’inefficace attività di prevenzione e controllo possa ricadere proprio sul personale ispettivo.

USB PI

Coordinamento Nazionale INL-MLPS-ANPAL

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