IL PERICOLO E' IL MIO MESTIERE: ma ne vale davvero la pena? (Di nuovo aggressioni agli Ispettori del Lavoro)

Roma -

L’ultima aggressione agli ispettori avvenuta  questa estate ad Eraclea mare in provincia di Venezia,  è stata verbale solo per un caso poiché, visto il livello di intolleranza e di odio razzista presenti soprattutto in alcune zone del nostro paese, poteva andare peggio.


Sempre dalle parti di Venezia, un paio di anni fa, il titolare energumeno di un esercizio commerciale sollevò di peso un ispettore della DTL di Venezia dalla sedia scaraventandolo di fuori con violenza, altre volte ad aggredire fisicamente gli ispettori non sono stati i titolari delle ditte ma alcuni lavoratori/scagnozzi delle stesse, come è accaduto in una fabbrica che produce impianti di illuminazione a led, ci sembra di ricordare anch’essa situata nel Nord d’Italia.


 In questo   ultimo caso però si tratta di semplici avventori della pizzeria i quali, a quanto pare, si sono comportati come una sorta di ronda diurna anti immigrato, infatti dalle frasi riportate nel comunicato della Cgil, secondo loro era contro gli immigrati venditori di rose che avrebbero dovuto prendersela gli ispettori e non ficcare il naso negli affari dell’italico imprenditore.


Ora il quadro, se così si può dire, appare completo: titolari, lavoratori, avventori, non ci manca più niente.


Ci permettiamo di osservare  che la presenza degli ispettori del lavoro sui territori andrebbe ripensata non più sulla base dei numeri e dell’incremento delle sanzioni,  come avviene oggi, indirizzando i controlli quasi esclusivamente presso le piccole attività produttive del commercio e dei pubblici esercizi o comunque in tutte quelle situazioni  lavorative dove l’ispezione può essere effettuata nel minor tempo possibile, con risultati immediati (per esempio attraverso le sospensioni), però   con la massima esposizione fisica da parte degli ispettori.


La lotta al lavoro nero e al lavoro irregolare potrebbe e dovrebbe prendere anche altre strade senza  mandare due o tre ispettori allo sbaraglio nei bar, nelle pizzerie, nelle frutterie, nei kebab, finanche presso le bancarelle di piazza Vittorio o di piazzale Flaminio (come avviene a Roma), in una situazione generale di contrazione di consumi.


E’ fin troppo noto come in Italia esistano situazioni gravissime che perdurano da decenni e su cui le DPL prima e le DTL poi hanno fatto troppo poco (specialmente alcune!) e ciò - a sentire i vertici del Ministero -  per mancanza di personale, di formazione dello stesso, di mezzi strumentali, di risorse economiche ma anche di “volontà politica”.


Il fenomeno dell’intermediazione e del collocamento illecito di manodopera, ad esempio, è foriero di gravi distorsioni del mercato del lavoro  in generale, oltre che di discriminazioni nei confronti di masse di lavoratori, stranieri e non, costretti ad accettare condizioni di lavoro illegali e moralmente riprovevoli (mancata applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro del settore: conteggio in busta paga un numero di ore inferiori a quelle da retribuire, previsione di indennità di trasferta che non si computano nell’imponibile previdenziale, retribuzioni qualificate falsamente come indennità di trasferta al solo scopo di non computarle nell’imponibile previdenziale, ecc.).


Strutturate organizzazioni criminali, approfittando del regime di liberalizzazione del mercato del lavoro, si sono infiltrate in settori produttivi o di servizi alle imprese, attuando e via via perfezionando schemi fraudolenti atti a generare illeciti profitti attraverso condotte di evasione/elusione contributiva, spesso correlate a fattispecie sempre più affinate di lavoro irregolare, come appalti illeciti di forniture e servizi, inquadramenti lavorativi non regolari e non legittimi nei rapporti di lavoro subordinato, fenomeni fittizi di decentramento produttivo, non disgiunti da fenomeni di evasione fiscale. Il fenomeno si inquadra in un più ampio scenario caratterizzato dall’uso strumentale di enti cooperativi in capo ai quali si possono concentrare una serie di manifestazioni “patologiche” ora di natura “omissiva” (ad es. mancato deposito dei bilanci, mancata presentazione di dichiarazioni fiscali) ora di carattere più propriamente fraudolento (utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, rappresentazione nelle scritture contabili di una realtà incoerente tanto con la natura stessa di società cooperative e lavoro quanto con la trasposizione nelle dichiarazioni fiscali, utilizzo in compensazione di crediti non spettanti o inesistenti).


Sul mercato operano strutture incentrate sulla costituzione di consorzi privi di maestranze, che acquisiscono commesse offrendo condizioni particolarmente vantaggiose per i committenti – al limite del dumping contrattuale – e ne affidano l’esecuzione mediante fittizi contratti di subappalto, a soggetti creati ad hoc che, a loro volta, reclutano la manodopera necessaria e commettono gli illeciti evidenziati, al fine di conseguire, attraverso l’abbattimento del carico fiscale e del costo del lavoro, rilevanti guadagni a beneficio dei reali ed “occulti” (perché celati da prestanome) organizzatori. Taluni consorzi che appaiano sul mercato come soggetti solidi e duraturi potrebbero, invece, agire da schermo per le cooperative “spurie”, caratterizzate, dalla totale assenza di scopo mutualistico, da pratiche di governance non corrispondenti ai principi cooperativi di partecipazione effettiva e generalizzata della base sociale alla gestione dell’impresa e da una vita assai breve (al massimo 2/3 anni) per eludere eventuali controlli e vanificare le conseguenze penali.


Le realtà economiche che si avvalgono dei predetti consorzi, incuranti delle condizioni capestro imposte a tutta la filiera dei servizi sottostanti, qualora estranee all’organizzazione e alla realizzazione della frode, traggono  comunque dalle stesse un considerevole vantaggio, potendo usufruire di manodopera estremamente flessibile ad un costo di gran lunga inferiore a quello che avrebbero sostenuto mediante assunzioni dirette o addirittura mediante approvvigionamenti presso soggetti autorizzati ( agenzie di lavoro interinali).


Aggredire le nuove forme di schiavitù che si celano dietro tutto ciò, e altro ancora (es. caporalato in agricoltura e in edilizia), potrebbe e dovrebbe essere il normale lavoro di vigilanza, restituirebbe un senso allo stesso e gli ispettori non sarebbero percepiti più come quelli che vanno “solo” nelle pizzerie, cosa che rende difficile da parte del Ministero (e anche, presumiamo, del nuovo Ispettorato Nazionale) la difesa mediatica del loro operato.


Ma non ci sono soldi, manca il personale e, soprattutto, manca il volerlo fare davvero e non solo con accordi che rischiano di essere solo propagandistici, come quello di fine aprile contro il caporalato in agricoltura.
            

USB P.I. Coordinamento Nazionale Lavoro e P.S.

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