C’era una volta l’ispezione del lavoro

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In un paese chiamato Italia, c’era una volta, tanto tempo fa, un diritto del lavoro ed una legislazione sociale che (addirittura! pensate un po’!) considerava il contratto di lavoro un contratto che differiva dagli altri contratti perché i contraenti non si trovavano nelle medesime condizioni: c’era chi, più forte, comprava il lavoro  e chi più debole, per poter assicurare l’esistenza a se e alla propria famiglia, vendeva al primo il proprio.

In quel paese chiamato Italia, c’erano addirittura delle leggi, frutto di sudore, lacrime e sangue, emanate appositamente per difendere il più debole e cioè chi vendeva il proprio lavoro per necessità e per bisogno e che non doveva essere fatto schiavo alla catena dal più forte.

E per fare rispettare queste leggi c’era un corpo di cavalieri armati solo di borsa e penna che a cavallo di un pubblico mezzo di trasporto o del mitico mezzo proprio, girava per le contrade di quel paese chiamato Italia, ispezionando a richiesta o d’iniziativa i luoghi dove il lavoro dei deboli era impiegato.

Ma non si pensi che questo antico corpo di cavalieri – che per nome aveva Ispettorato del Lavoro – fosse un corpo di giustizieri o di gendarmi come gli alabardieri o i gabellieri.

Certo, era loro dovere raddrizzare torti ed ottenere ragioni, consegnare al giudice chi, ostinato, non avesse voluto sentir ragioni. Ma la funzione del corpo e d’ogni singolo Ispettore, era quella che al suo passaggio la legge fosse ripristinata ed il diritto del debole affermato.

Addirittura questi cavalieri erano dispensati dall’informare il giudice delle mancanze che avevano accertato e che potevano essere sanate attraverso l’uso di un potere magico nelle mani dell’ispettore: la diffida.

In tal modo ai lavoratori venivano ripristinate le giuste condizioni di lavoro e questo era lo scopo e la ragione d’esistenza dell’Ispettorato del Lavoro, come per ben due volte sentenziato dalla Suprema Corte di quel tempo lontano.

Per quanto possa sembrare oggi strano, in quel paese chiamato Italia, i risultati di quell’antico corpo di cavalieri e l’azione di ogni singolo ispettore del lavoro non era pesato come le patate al mercato.

E del resto, se ci si pensa anche soltanto un po’,  se l’obiettivo non era quello di rimpinguare i forzieri dello Stato coi metodi degli sgherri dello sceriffo di Nottingham (quelli di Robin Hood), ma che i diritti di chi lavora fossero rispettati, che senso aveva vantare un più alto numero di pene inflitte?

Anzi, una riduzione proporzionale delle pene rispetto al numero di accessi sarebbe stato segno di un più generale rispetto delle leggi, frutto dell’efficacia dell’opera del corpo.

Non solo, se i meriti di quegli antichi cavalieri dell’Ispettorato del Lavoro non erano pesati un tanto al chilo ma piuttosto sulla base dell’affrontar sfide nuove e difficili che richiedevano, tempo, studio, dedizione e fatica, l’appartenere al corpo era ragione d’orgoglio e di fierezza nel praticare un nobile mestiere.

Non che il lavoro mancasse ai cavalieri né che quell’Italia fosse un paese di delizie, ma sempre pochi e al voto di povertà costretti, la gran parte degli ispettori (le mele marce mai fecero difetto al bel paese), facevano il possibile, l’umano e all’impossibile tentavan d’industriarsi.

Ma venne il tempo che quel paese chiamato Italia s’incamminò sul lastricato (dell'inferno via) che conduceva dal diritto al lavoro al dovere dell’occupabilità. Che in nome del lavoro alle giovani generazioni sacrificava diritti sull’altare della competitività.

Finché di quell’antico diritto al lavoro restò solo l’ombra di un ricordo e della legislazione sociale venne fatto scempio. Mentre alle giovani generazioni, oltre al lavoro, fu negato lo stesso futuro.

E in quel paese chiamato Italia a quell'antico corpo fu destino di cavalcare il Ronzinante sfidando alla battaglia i mulini a vento dei tempi “nuovi”.

Ed ecco che a quel che resta di quelli che furono cavalieri, per sentirsi dire bravi e assicurasi la pagnotta, hanno da cavar  patate dalla terra. Ma in fretta e senza scavar troppo! Che il numero assegnato dev'esser rispettato!

Perché ogni patata è la nota già scritta sullo spartito della canzone che a Natale viene decisa che si suoni al Santo Stefano, si, ma dell'anno successivo!

Cavar patate con lo sguardo a terra, senza curarsi di chi pena e soffre,  senza vedere che il potente gode.
Cavar patate con lo sguardo a terra, mentre la rabbia tutto intorno monta e rischi la buccia per la tua pagnotta.